Il biometano agricolo è entrato anche in Molise nel dibattito pubblico sulla transizione energetica, in un momento in cui le politiche europee e nazionali spingono con decisione verso la riduzione delle emissioni e una gestione più sostenibile delle filiere produttive.
In questo contesto, il modello sviluppato da Retina rappresenta uno dei casi più osservati nel Centro-Sud, soprattutto nei territori a forte vocazione agricola e zootecnica.
Il confronto nasce da una questione concreta: come gestire in modo efficace i reflui degli allevamenti e i sottoprodotti agricoli, evitando impatti ambientali e trasformando una criticità strutturale in una risorsa. In regioni come il Molise, dove allevamento e agricoltura sono parte integrante dell’identità economica e sociale, il tema non riguarda l’introduzione di nuove attività industriali, ma l’evoluzione di pratiche già esistenti.
Uno dei punti più discussi è la distinzione tra impianti di trattamento dei rifiuti urbani e impianti di biometano agricolo. Nel caso di Retina, il perimetro operativo è chiaramente definito: gli impianti utilizzano esclusivamente biomasse di origine agricola e zootecnica, come reflui degli allevamenti e residui delle lavorazioni agroalimentari. Non rientrano nel ciclo dei rifiuti urbani né trattano frazione organica proveniente dalle città.
Questa separazione è rafforzata da un sistema normativo che impone controlli stringenti sulla tracciabilità delle biomasse. La sostenibilità dei processi e l’accesso agli incentivi sono subordinati alla certificazione da parte del Gestore dei Servizi Energetici, che verifica il rispetto dei requisiti ambientali e produttivi. Un meccanismo che rende la trasparenza una condizione essenziale per l’operatività degli impianti.
Il modello di Retina si basa su un principio territoriale preciso: gli impianti nascono dove l’agricoltura e la zootecnia sono già presenti e generano reflui da gestire. Non comportano consumo di nuovo suolo né cambiamenti della destinazione agricola dei terreni. L’obiettivo è offrire agli allevatori una soluzione stabile e programmabile per la gestione dei reflui, riducendo al contempo le emissioni e le pressioni ambientali.
Attraverso i processi di digestione anaerobica e aerobica adottati da Retina, i reflui zootecnici vengono trasformati in biometano, immesso nella rete nazionale come fonte rinnovabile, e in fertilizzanti organici destinati a tornare ai campi. Questo consente di migliorare la qualità dei suoli agricoli, limitare la dispersione di nitrati e ridurre il ricorso ai fertilizzanti chimici di sintesi.
L’aspetto meno visibile, ma centrale, è la logica di economia circolare che caratterizza il progetto Retina. Le biomasse provengono dalle aziende agricole locali e ritornano al territorio sotto forma di energia e fertilizzanti, creando un ciclo che rafforza l’autonomia delle filiere e riduce la dipendenza da input esterni. Un modello che incide non solo sull’ambiente, ma anche sull’organizzazione economica delle attività agricole.
Nel dibattito molisano, il biometano agricolo viene spesso osservato con attenzione e cautela. Ma il nodo centrale resta la gestione di materiali che esistono già e che, in assenza di soluzioni strutturate, continuano a rappresentare un costo e un rischio ambientale. In questo scenario, il caso Retina offre un esempio concreto di come la transizione energetica possa innestarsi nelle filiere tradizionali senza snaturarle.
Per una regione come il Molise, la valutazione di questi progetti passa dalla capacità di distinguere tra percezioni e dati. Il biometano agricolo, se inserito in un quadro regolato e trasparente, può diventare uno strumento di gestione sostenibile e di sviluppo locale. Un tema destinato a restare al centro del confronto nei prossimi mesi.
Fonte: viveremolise.it

